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le ragioni del dubbio

 

 Se volete imparare ad amare le parole e a usare il linguaggio in modo inclusivo, leggete Vera Gheno.

 È una sociolinguista ovvero studia le manifestazioni linguistiche delle persone allo scopo di trarne considerazioni riguardo alla loro educazione, all'estrazione sociale, alla cultura e così via. 

 Ti fa letteralmente innamorare dell'italiano insegnandoti come si possa imparare molto da come le persone si esprimono e dalle parole che usano... ed è così brava che io prendo pagine e pagine di appunti e mi segno di approfondire certe tematiche.

 I pilastri di "Le ragioni del dubbio" (Einaudi, 2021) sono tre: dubbio, riflessione, silenzio, che costituiscono un approccio ragionevole a ogni argomento che ci viene proposto.

 1- Diffidate di chi non ha mai un dubbio. Non è vero che è pien∂ di certezze su tutto e sulla propria vita: semplicemente, non ha la voglia e/o la capacità di riconoscere i propri limiti e di voler progredire ed evolvere per paura di capire che in realtà di certezze non ne ha. Non abbiamo bisogno di qualcun∂ che ci dia ragione, ma di qualcun∂ che ci faccia ragionare su ciò su cui non abbiano dubbi. Il dubbio infatti è una molla molto potente, che ci fa muovere velocemente verso la verità, per cui Vera Gheno lo usa per contrastare le manipolazioni dandoci esempi pratici.

 2 - Ogni parola che pronunciamo e scriviamo deve essere la conclusione di una riflessione. La vita è frenetica e complicata, ma lo diventa ancora di più quando ci esprimiamo senza averci pensato: ci vogliono consapevolezza e responsabilità. E se non abbiamo capito dobbiamo dirlo, senza vergognarcene, o alimenteremo ancora di più il caos. La domanda che ci pone Vera Gheno è fondamentale: Riesco a reggere le conseguenze di ciò che sto per dire o scrivere? E ci aiuta a differenziare i contesti in cui lo si fa e il tipo di persone che "vi abitano" per poter rispettare la sensibilità altrui ed eventualmente scusarsi nel modo più adatto.

 3 - Stare in silenzio non significa solo "non ho voglia di rispondere" o "non mi interessa". Vera Gheno ci racconta le sfumature di questa parola. Perché a volte si ha un bisogno vitale di tacere e di raccogliere le idee... perché non sempre avere un'opinione è obbligatorio: si deve pensare prima di averne una.

E c'è una parola in più in questo libro: fatica. Non è facile migliorare il nostro modo di comunicare, ma si può farlo, con curiosità.

A quel punto, ci si apriranno davanti mondi meravigliosi perché la comunicazione deve essere generativa: un modo di scrivere e fare informazione che non vuole manipolare e non vuole esibire la propria preparazione, ma vuole costruire ponti e, soprattutto, dare. Con questo libro impariamo a farlo grazie agli strumenti migliori

 

 

 

femminili singolari

 

 Uno dei "problemi" linguistici del nuovo millennio è nell'uso della vocale a fine parola nelle professioni.

 In "Femminili singolari - Il femminismo è nelle parole" (2019, Effequ) Vera Gheno ci racconta l'origine di questo dubbio.

 Ovvero il rispettoChiamare le donne che fanno un certo lavoro con un sostantivo femminile non è un semplice capriccio, ma il riconoscimento della loro esistenza [-] e pazienza se ad alcuni le parole "suonano male": ci si può abituare. Tante parole "suonano male" eppure le accettiamo.

  Il linguaggio segue l'evoluzione umana: se ora le donne occupano posizioni lavorative che prima erano solo maschili, è giusto anche un riconoscimento teorico quando ci si rivolge a loro in quel ruolo: L'introduzione di  "nuovi femminili" professionali non è frutto di un complotto dei poteri forti o un segno di decadenza della lingua italiana, quanto piuttosto la semplice conseguenza della comparsa di sindache, ministre, assessore, ingegnere e così via. Un'altra considerazione per contribuire, forse, a relativizzare il dibattito riguarda il percorso inverso: ci sono alcuni casi di lavori che prima erano tipicamente femminili, in primis l'ostetrica, che oggi vengono svolti anche da maschi; e, in questo caso, il termine ostetrico è entrato nell'uso senza grossi problemi. 

  Comunque. per non sbagliare, la convenzione applicabile dice che se il vocabolario (aggiornato all'anno in corso - ma già dal 1995 esiste questa norma) prevede una declinazione al femminile, va usata. Punto.

 I commenti in merito sui social (il libro ne presenta un'ampia varietà con le relative risposte - e vorresti fare una OLA a Vera Gheno per ognuna di esse) non fanno che evidenziare l'immensa sicurezza che abbiamo sull'uso delle parole e/o una scarsa attitudine ad accettarne la loro naturale evoluzione e/o il metterci sempre al centro e "al posto giusto" di ogni discussione... tutti atteggiamenti che non fanno onore né a noi, né alle nostre parole, né alla nostra lingua. 

 E la lingua non è "chiacchiera": è il mezzo che noi, in quanto esseri umani, abbiamo per decodificare la realtà. Negare che sia collegata a questioni sociali e politiche sarebbe da veri sciocchi: la lingua vive della relazione continua con ciò che deve descrivere.

Coinquilin* di paroleparole: