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Interrogatorio

di Natale

 

 

 

 

 

 

 

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 Non è facile stare in prima linea. Vedere gli orrori della guerra, raccontarli, capire come muoversi, sopravvivere. 

 Per farla breve: non si può scrivere di guerra e farlo come si deve senza esporsi a degli imprevisti. Fare il corrispondente di guerra significa visitare luoghi straziati dal caos, dalla distruzione, dalla morte, dal dolore, e cercare di rendere testimonianza di tutte quelle cose. [-] a interessarmi è l'esperienza delle persone che vivono sulla propria pelle le ricadute più immediate della guerra, le persone che vengono mandate a combattere e quelle che cercano solo di sopravvivere. Andare sul posto di persona per vedere che cosa succede è l'unico modo per giungere alla verità. Con buona pace dei video che vi mostrano in televisione, la realtà sul terreno è cambiata molto poco nel corso degli ultimi cento anni. Crateri. Abitazioni carbonizzate. Donne che piangono una figlia o un figlio. Sofferenza. Quando si fa il mio mestiere non c'è il rischio di rimanere disoccupati. La cosa davvero difficile è conservare una briciola di fiducia nel genere umano, scommettere sul fatto che a qualcuno importerà. 

 Così si apre "IN PRIMA LINEA - TUTTI GLI ARTICOLI E I REPORTAGE" di Marie Colvin (2012, Bompiani). E la dice lunga su come  la giornalista del "Sunday Times" abbia sempre lavorato.

 Marie ha iniziato a fare la reporter nel 1987: è stata in Iran, Medio Oriente, Libia, Kosovo, Cecenia, Etiopia, Zimbabwe, Sierra Leone, Iraq e Afghanistan; ha documentato la Guerra del Golfo dal 1991 al 1996 e la situazione nelle carceri di Guantanamo nel 2002, ha perso un occhio in Sri Lanka ed è morta per un attentato in Siria.

 Ha conosciuto Arafat e Gheddafi, documentandone le paure e gli eccessi, e anche contrabbandieri, fotografi, colleghi, attivisti (La sua vita era un continuo andirivieni tra la tenuta di battaglia e l'abito da sera, scrive di lei Jon Swain) ma preferisce i civili e la gente comune: ogni suo articolo si apre sempre con un particolare, con la descrizione nei dettagli di una persona, con le storie alla Romeo e Giulietta, poi "apre lo sguardo" sulla realtà e finisce con una frase bomba o un aneddoto.

 Il libro è la raccolta completa del suo lavoro... decenni di parole, di lotte, di verità, raccontati magnificamente. Non ci sono intermediari: Marie non si tira mai indietro,,, una strada per finire un articolo la trova sempre. Non è che un bel giorno mi sono messa a scrivere di guerra. Anzi, a me sembra di parlare di esseri umani in situazioni estreme, di gente costretta a sopportare l'insopportabile, e sono convinta che sia importante far sapere alle persone che cosa succede davvero durante le guerre, dichiarate e non. [-] La guerra non è mai pulita. La guerra è fatta di persone morte ammazzate, membra mutilate, fanghiglia, pietra e carne straziata dal metallo rovente. La guerra è terrore. La guerra è fatta da madri, padri, figli e figlie devastati da un lutto inconsolabile. La guerra è fatta di bimbi traumatizzati. Il mio mestiere è rendere testimonianza. 

 

 Ho visto il film "A PRIVATE WAR" (2018, Matthew Heineman) due volte. La prima per caso, zappingando in tv, e ho pensato "devo leggere il libro". La seconda, ovviamente, dopo aver letto il libro.

 Senza il libro ti sembra di vedere un'opera incompiuta: una spolverata di fatti e di guerre di cui non sai e non conosci e non puoi capire l'orrore.

 A farti venir voglia di scoprirne di più è sicuramente la bravura di Rosamund Pike, riuscendo a raccontare il lato privato di una donna che non riesce ad averlo un lato privato perché, ogni volta che è a casa, anche nelle situazioni più tranquille ha incubi. Incubi in cui vede morti, in cui è in pericolo, in cui pensa di non avere fatto abbastanza.

 Dopo aver letto il libro capisci... capisci davvero cosa significano quegli incubi e non ti chiedi come mai li avesse, ma chi è che non li avrebbe, dopo esperienze simili. E negli ultimi momenti, a Homs, senti proprio la paura pervaderla... ma non la paura della guerra: la paura di non essere più lì, in prima linea, a raccontarla.

LINK

Trailer di "A private war"

 

Coinquilin* di paroleparole: