Il mondo della moda affascina perché ci vestiamo tutti i giorni e amiamo avere un look che ci rappresenti. Ma molte donne non solo si vestono e si truccano, bensì diventano anche modelle o stiliste o giornaliste/responsabili di riviste di settore o direttrici creative di brand e marchi di abiti e accessori e make up.

Il femminismo ci insegna che la bellezza è un concetto che è stato adottato dal patriarcato per rendere tutte le donne simili: longilinee, con abiti aderenti, gonna, tacchi, rossetto, capelli lunghi, pelle giovane....un insieme di caratteristiche che sono come un puzzle di bellezze diverse. E mentre le donne sono impegnate a cercare di avvicinarsi il più possibile a questo ideale si dimenticano di lottare contro il patriarcato e rimangono mute, a vivere di invidie e gelosie.
Perciò, nel trucco e nella scelta dell'abito e degli accessori, ci sembra di poter avere scelta, ma (come faceva notare anche il film "Il diavolo veste Prada" - 2006, regia di David Frankel) siamo in realtà guidate dall'industria della moda: qualcuno sceglie per noi come dovremmo essere. Ed è pericoloso perché possono scegliere anche le nostre idee politiche e la nostra identità di genere: per esempio basta indossare una gonna o un pantalone per farci classificare al primo sguardo.
L'industria della moda però sceglie anche come dovrebbe essere chi ne fa parte. Perché non è più l'abito che si adatta alla donna ma la donna che si adatta all'abito. E chi disegna quell'abito non segue più la comodità e l'efficienza, ma soprattutto, la creatività. Un abito deve stupire...sempre. E quello stupore va raccontato, nei giusti termini, in modo che l'idea di base di bellezza rimanga irraggiungibile.
Dal mio diario, a data 6 dicembre 1992: "Ho visto Claudia Schiffer e mi è caduto il mito: ha un occhio più orizzontale dell'altro e i suoi denti di sopra hanno un fessurone enome.. in foto è bellissima, al naturale meno. Quindi scende dal trono e ci sale Cindy Crawford, Mi piace molto anche Karen Mulder, comunque, perché mi sembra molto semplice. Però adoro anche l'italianità di Carla Bruni, l'istrionismo di Linda Evangelista, la sportività di Elle McPherson, la classe di Isabella Rossellini, la purezza di Paulina Porizkova, la freschezza di Renée Simonsen, la dolcezza di Carmen Loderus, il fascino latino di Yasmin Le Bon, la mascolinità di Tatjana Patitz e l'insicurezza di Carré Otis. Per questo colleziono le loro foto: per averle tutte in me, anche se solo idealmente"
Ora che sono passati decenni da quella pagina, mi sono accorta che per me la moda è proprio una passerella: sei sotto la luce dei riflettori e hai tutti gli occhi puntati su di te, ma c'è una zona d'ombra, dietro le quinte, con storie a volte terribili. Perché, se inizialmente le modelle erano donne bidimensionali di cui ci interessava solo cosa indossassero, proprio dagli anni Novanta in poi sono diventate personaggi pubblici di cui volevamo sapere tutto... e di conseguenza volevamo sapere tutto anche delle persone che creavano gli abiti e il trucco che le rendevano tanto belle. E oggi per sapere quel tutto usiamo i social. Di conseguenza, le nuove modelle e stiliste ed esperte di moda nascono con la tecnologia e con i followers.
Inoltre, il femminismo ha fatto la sua parte per cui si è passati a un'idea molto più ampia di bellezza, in cui un abito è solo un abito che deve essere in grado di vestire corpi molto differenti. E l'industria della moda si è dovuta adeguare: a giugno 2011 "Vogue Italia" mette in copertina Tara Lyn, Candice Huffine e Robyn Lawley con lo strillo "Belle vere!"
Anna Wintour è stata la direttrice di "Vogue America" dal 1988 al 2025 (ora è supervisore delle pubblicazioni) quindi è stata testimone di tutti questi cambiamenti. "Vogue" è una rivista nata nel 1892 come gazzetta, in cui si racconta la vita dell'élite newyorkese (i Vanderbilt, gli Astor, gli Stuyvesant, i Whitney, i Van Rensselaez) e che ha mantenuto negli anni questo fascino di un mondo di cui pochi fanno parte: nel documentario del 2009 di R.J. Cutler "The september issue", Wintour stessa afferma che la gente è spaventata dalla moda perché la fa sentire esclusa. Lei è l'ultima direttrice di "Vogue", dopo Josephine Redding, Marie Harrison, Edna Woolman Chase, Jessica Daves, Diana Vreeland e Grace Mirabella; il suo compito è stato quello di rendere la rivista moderna e con un taglio giornalistico, perciò la immagina "come una bellissima cena di cui sono l'anfitrione" e, per rendere la "conversazione" interessante, invita fotografi, scrittori, una donna bellissima e intelligente (negli anni '80 una supermodella, negli anni '90 una stella del pop, negli anni Duemila un'attrice) e un critico culinario, scegliendo con attenzione "l'ordine dei posti". Peccato che quei posti siano sempre stati gli stessi e che nessuna di noi possa permettersi la moda che appare su "Vogue".
Lisa Fonssagrives è probabilmente la prima supermodella della storia. Di origini svedesi, aggiunge al semplice posare ciò che che aveva studiato: danza, arte, make up (si trucca da sola) e fotografia. Ancora oggi i suoi scatti in bianco e nero sono sinonimo di eleganza e fascino e la sua istruzione le ha permesso di continuare la carriera come designer, scultrice e pittrice.
Donyale Luna è invece la prima supermodella afroamericana, nata Peggy Ann Freeman. Molto alta e molto magra, è subito riconoscibile per cui, oltre alle copertine, lavora anche con Andy Warhol, Federico Fellini, Carmelo Bene e Salvador Dalì (che la considera "la reincarnazione di Nefertiti"). Ha un passato turbolento perché il padre era un alcolizzato ed è morto assassinato quando lei aveva solo 18 anni. Freeman stessa entrerà nella spirale della droga e morirà per overdose.
Iman Mohamed Abdulnajid è, infine, la prima supermodella somala. La prima a firmare un contratto per pubblicizzare dei cosmetici e la prima a lavorare con Versace, Gucci e Yves Saint Laurent, che la definisce "la donna dei sogni". Laureata in scienze politiche all'Università di Nairobi col massimo dei voti, dopo la carriera di modella ha iniziato a occuparsi della Somalia e dei diritti dei rifugiati.
Twiggy è l'espressione degli anni Sessanta. La ex sciampista di un negozio di Londra diventa il volto del decennio su tutte le riviste di moda... e non solo, visto che Mary Quant sceglie proprio lei per far conoscere il capo che ha appena inventato: la minigonna. Twiggy diventa manager di se stessa lavorando anche nel mondo del cinema e della musica.
Naomi Campbell, Christy Turlington, Cindy Crawford, Linda Evangelista, Claudia Schiffer sono le "supermodelle" per eccellenza. Consacrate da una copertina di "British Vogue" di gennaio 1990 e dal videoclip "Freedom" di George Michael (diretto da David Fincher), sono le muse di ogni stilista e casa di moda, diventando più famose degli abiti e degli accessori e del make up che indossano. Il loro è un fisico ginnico: molte fanno uscire vhs di fitness e sono spesso in copertina di "Sports illustrated", perché quello che stanno vendendo non è uno stile, ma un modo di essere donna. Che, a quanto si evince da altre pagine del mio diario, stava facendo crescere l'invidia a tutte noi: ho più di un'amica che si è disegnata in faccia un neo "alla Cindy" e io stessa avevo i loro vhs e mi ammazzavo di palestra pensando che grazie a quei consigli sarei diventata esattamente come ciò che guardavo. Ma non sarei mai riuscita a nutrirmi di soli tre litri d'acqua al giorno come ha fatto Claudia nel 1992 o a preoccuparmi come lei per un'attaccatura dei capelli irregolare.
Le supermodelle sembravano eterne, ma la loro fama è durata molto poco (come "il mito della bellezza" insegna) e poi si sono reinventate. Ora Christy Turlington promuove programmi medici sulla salute in gravidanza, Anja Rubik diffonde l'educazione sessuale ed Helena Christensen è ambasciatrice UNHCR. E sono sempre bellissime. Ma hanno anche molte ombre. Linda Evangelista, per esempio, ha fatto un trattamento estetico che l'ha resa irriconoscibile e per lungo tempo non è uscita di casa per il timore dei giudizi. Mentre ho visto un interessante video su Karen Mulder, ritiratasi nel 2000 e di cui non si sapeva più nulla: pare che l'agenzia per cui lavorava l'abbia invitata a fare uso di droga e a vendersi a importanti uomini d'affari per avere i contratti migliori. Quando ha minacciato di raccontare la verità (e in un'intervista sulla televisione francese ci ha anche provato) è stata allontanata e per questo è caduta in depressione e ha anche tentato di togliersi la vita. A causa dei suoi problemi ora non appare nemmeno nelle reunion con le colleghe.
Dopo tutto ciò Kate Moss diventa famosa proprio perché è l'antitesi delle supermodelle. Anzi, è l'emblema dell' "heroin chic": uno stile emaciato, minimal, spettinato, casual che ti fa sembrare dipendente dalle sostanze (e lei stessa è stata in parte allontanata dal mondo della moda per comportamenti discutibili e fotografie in cui assumeva droga). Moss colpisce anche perché, senza volerlo, promuove un altro modello inarrivabile che potrebbe spingere le ragazze verso l'anoressia.
Dopo di lei ci sono gli angeli di Victoria Secret, i cui nomi più celebri sono quelli di Gisele Bundchen, Alessandra Ambrosio, Adriana Lima, Heidi Klum, Irina Shayk, Miranda Kerr, Gigi e Bella Hadid. Sono così chiamate perché le si vedeva spesso a questa sfilata di moda di lingerie di lusso, indossando delle magnifiche ali. E, guardandole, sembra davvero vengano dal paradiso: fisico longilineo, altissime, lucenti. Ma la loro presenza sul palco rende ancora più evidente quanto fossero lontane dalla bellezza reale. E, soprattutto, sono le prime che iniziano a parlare (esiste un'inchiesta del "New York Post" che si intitola proprio "Fallen angel" - angeli caduti) e a far comprendere che non riescono a stare dietro allo standard che esse stesse rappresentano: non possono mantenere un determinato peso perciò, semplicemente, smettono di mangiare. Ciò che per Schiffer era un'eccezione per loro è una regola. Peggiorata dall'uso di sostanze che tolgono l'appetito nonché di droghe, nonché di interventi di chirurgia estetica non necessari.
Ed è a questo punto che "il meccanismo" si spezza e salgono alla ribalta della moda nomi di persone qualsiasi... o quasi (Kylie Jenner, per esempio, è del clan Karadshian, Ireland Baldwin è la figlia di Alec e Kim Basinger, Kaia Gerber è la figlia di Cindy Crawford).
Chiara Ferragni è una di queste persone qualsiasi, anche se è difficile definire "qualsiasi" una ragazza benestante bionda e con gli occhi azzurri. Personalmente, ne ho sempre avuto un pensiero ambivalente. Da una parte non mi piaceva il suo esporsi minuto per minuto, lasciando alla privacy molto poco. In ogni momento la vedevi allegra, estasiata, perfettamente truccata e pettinata, al punto che ti chiedevi se fosse tutto vero. E ritenevo soprattutto che sovraesponesse i figli, anche se non era molto diversa dalle mamme che riempiono non solo i social ma anche ogni singolo argomento di conversazione sulla propria prole (o sul proprio animale domestico) esaltandoli come fossero speciali. Dall'altra parte avevo un'ammirazione sconfinata per una ragazza di provincia che in pochi anni aveva realizzato il sogno di lavorare nella moda fino a collaborare coi più grandi brand ed essere conosciuta in tutto il mondo. È una donna, è italiana, la sua carriera è stata oggetto di studio ad Harvard ed è stata riconosciuta da Forbes come l'influencer più importante (categoria che ha contribuito a creare)... inoltre il film documentario "Chiara Ferragni Unposted" (realizzato nel 2019 e diretto da Elisa Amoruso) è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia segnando un ottimo debutto e Ferragni ha contribuito a una raccolta fondi importante per l'ospedale San Raffaele di Milano in periodo di Covid. Peccato che, dopo la partecipazione a Sanremo 2023, tutto è iniziato a precipitare: le intemperanze del marito l'hanno sopraffatta, gli sponsor si sono inesorabilmente allontanati ed è scoppiato il "Pandoro gate", ovvero, una pubblicità in cui sembrava che per ogni dolce acquistato ci fosse una donazione di beneficenza quando in realtà la donazione di Ferragni era stata già versata; sottoposta a procedimento giudiziario per truffa, è stata prosciolta a gennaio 2026.
A proposito di tribunali, va citata la storia di Patrizia Reggiani Gucci, che sposa l'erede della casa di moda Maurizio Gucci e poi commissiona il suo omicidio nel 1995 ed è riconosciuta colpevole, per cui ha scontato 17 anni di carcere. Nonostante questa grossa ombra, il brand Gucci diventerà, nel 2023, il primo marchio nel settore lusso che otterrà la certificazione della parità di genere, anche grazie al lavoro di direttori creativi come Alessandro Michele, Frida Giannini, Alessandra Facchinetti e Tom Ford. Si è inoltre distinto per azioni concrete come la parità retributiva, la genitorialità per donne e per uomini e un ambiente di lavoro rispettoso delle diversità.
D'altra parte, molti stilisti si sono sempre dichiarati gay e ne hanno fatto un vanto, specie da quando ha fatto coming out Gianni Versace, che ha scelto per questo di vivere liberamente a Miami. Ed è proprio qui che lo raggiunge l'ombra della passerella perché viene ucciso nel 1997 da Andrew Cunanan... proprio davanti a quella casa. A raccogliere la sua eredità è la sorella, Donatella Versace, che porta avanti una moda che cammina a braccetto con lo star system, venendo lei stessa citata in film e canzoni e parodie. Versace diventa "l'unica donna in un mondo di uomini" e crea abiti spettacolari che esaltano la femminilità.
A proposito di esaltare la femminilità. Uno dei capi di abbigliamento più visti addosso alle star e alle influencer di tutto il mondo è stata la t-shirt "We should all be feminists", presa da una frase della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie. L'intento di Maria Grazia Chiuri era indubbiamente buono (nelle sfilate ha veicolato altri messaggi femministi), ma questa operazione ha portato meno entrate nelle casse del movimento rispetto a quelle di Dior, di cui Chiuri era direttrice creativa.
Il legame tra la casa di moda Dior e le donne è però anche una questione di famiglia. La sorella di Christian, Ginevre Catherine Dior, è stata partigiana durante la seconda guerra mondiale. Arrestata dalla Gestapo, viene torturata e deportata in un campo di concentramento. A salvarle la vita è il 1945, con la fine della guerra. Torna a casa emaciata e sofferente e il fratello crea per lei "Miss Dior", così da ricordarle i profumi dell'infanzia. Allo stesso modo si chiama anche un abito floreale che sfila in passerella davanti a lei nel 1949.
La sfilata di moda è quindi anche un posto dove far passare messaggi e dediche. Penso a Michelle Lamy e Vivienne Westwood, che l'hanno sempre vissuta come espressione del mondo esoterico e artistico, mettendo sotto gli occhi di chi guarda questioni sociopolitiche, culturali, ambientali.
La donna si veste tutti i giorni, ma ora si veste anche di idee.
Fonti, consigli, approfondimenti
"House of Gucci", film del 2021 di Ridley Scott
"In Vogue. La storia illustrata della rivista di moda più famosa del mondo", libro di Alberto Oliva e Roberto Angeletti, 2007, Rizzoli
"Sotto il vestito niente" , film del 1985 di Carlo Vanzina & "Sotto il vestito niente II", film del 1988 di Dario Piana & "Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata" film del 2011 di Carlo Vanzina
"The neon demon", film del 2016 di Nicolas Winding Refn
"The untold story of the supermodels", Fashion Industry Broadcast, 2025