Quando si pensa a una donna nelle arti viene in mente più spesso una modella, in posa, nuda, piuttosto che una pittrice o una scultrice che sta creando.
Questo perché, al pari dei libri di storia, la donna è scomparsa anche dai libri di arte, già dai tempi dell'opera di Giorgio Vasari (che ne cita alcune, pur facendo chiaramente capire che “non è mestiere per donne”). Non ci è dato nemmeno sapere la storia delle modelle ritratte nei dipinti più celebri.
Togliendola dal contesto, manca dunque la visione al femminile della vita, quella che si confronta con quella maschile, e manca uno sguardo sulla realtà e sul pensiero. Anzi, mancano molti sguardi. Di molte donne.
Questo perché la realtà, come la mente, è multisfaccettata, per cui necessita una multivisione.
Dobbiamo quindi aprire le porte a quello sguardo, iniziando da quelle donne a cui erano esclusi gli studi, da quelle a cui era concesso dipingere solo determinati soggetti (scene domestiche e nature morte, soprattutto) e da quelle che potevano solo dare un’occhiata al soggetto da ritrarre per poi completare l’opera nella propria rassicurante abitazione (magari aiutandosi con ciò che era già stato dipinto da un uomo). Per terminare con quelle che invece hanno raggiunto una popolarità indiscussa, come Frida Kahlo, che oggi è presente su ogni tipo di gadget.

Gli antichi erano convinti che la pittura fosse un’invenzione femminile. Non si sa se questo corrisponda a verità ma è certo che i loro dipinti e miniature sono sempre esistiti ed inizialmente esposti nei conventi o nelle sale adibite alla devozione privata.
Con l’esplodere del Rinascimento, dove le arti diventano la rappresentazione dell’essere umano e sono insegnate alle giovani generazioni, è complicato per una donna trovare impiego in una bottega. Quell’ambiente, sporco e malfrequentato, non è certo adatto a chi vuole essere virtuosa e trovare marito!
Questo non accade ovunque, è chiaro: Bologna è un esempio fulgido di apertura e valorizzazione di nomi come Elisabetta Sirani e Lavinia Fontana. Il fatto poi che quest’ultima sia figlia di un pittore la tiene indubbiamente lontana dalle temibili botteghe, ma non dal pensiero comune che non sia lei l’autrice delle sue opere, specie quando per prima dipinge un nudo (“Minerva nell’atto di vestirsi”, 1613).
Le cremonesi sorelle Anguissola, sono figlie di un uomo colto che ha deciso che un’educazione artistica fosse più importante delle malignità cittadine e le ha inserite all’interno delle corti, dove hanno potuto essere valorizzate. Sofonisba, Elena, Lucia, Europa, Minerva e Anna Maria costituiscono quindi un gruppo artistico a sé, con uno stile molto intimo.
Il padre di Artemisia Gentileschi, pur essendo pittore, la tiene invece segregata in casa, deluso perché non ha deciso di farsi monaca come lui avrebbe voluto. Le concede di entrare in bottega (perché gli è comodo avere un aiuto che non deve retribuire) solo a patto che non parli con nessuno. La ragazza attira però comunque le attenzioni di un uomo (colui al quale il genitore l'aveva affidata per "iniziarla all'arte della prospettiva"), che la violenta. E questo episodio (assieme al processo che ne consegue, dopo che si era scoperto che l'uomo prendeva tempo per il matrimonio riparatore voluto da Gentileschi perché era sposato) le segna profondamente la vita (in quanto è stata sottoposta a ulteriori umiliazioni... - anche allora colpevolizzare la vittima era la norma) e il modo di concepire l’arte. Gentileschi inizia dunque a viaggiare e a mettere le sue esperienze e la sua percezione del corpo nei dipinti, mescolando gli stili per trovarne uno proprio, capace di raccontare storie a chi li guarda. E capisce anche di avere un valore per cui dà un prezzo alla sua arte, il prezzo che merita.
E, a proposito di riconoscimento artistico. Alcuni dipinti di metà Seicento presenti nel museo d’arte di Vienna non sono opera dell’autore citato (Charles Wautier o Antoon van Dyck), ma della sorella di Charles, Michaelina Wautier. Solo nel 2018 le vengono attribuiti 35 quadri (forse ce ne sono altri). La sua è un’arte innovativa (vedi “I cinque sensi” dove all’olfatto un ragazzino si tappa il naso con le dita anziché la classica donna che annusa un fiore). Suo è anche un autoritratto sempre attribuito ad Artemisia Gentileschi. Wautier aveva accesso al laboratorio del fratello quindi fu forse la prima a dipingere nudi maschili di dimensioni reali e nel trionfo di Bacco rappresenta se stessa con un seno scoperto (un’azione molto audace per il 1650)
Nonostante questi fulgidi esempi, nel Settecento sono ancora poche le donne ammesse alle Accademie e, quando lo sono, vengono escluse dalle foto di gruppo, come accade ad Angelica Kauffmann e Mary Moser alla Royal Academy of Art di Londra, che possono essere presenti solo sotto forma di ritratto perché è impensabile mostrare due donne in carne e ossa in mezzo a tanti uomini, tra cui due modelli nudi. Quelli sono infatti soggetti ancora preclusi allo sguardo femminile, e “la regola” vale anche per le modelle: l’idea è quella che lo spettatore, ammirando l’opera, veda la pittrice nuda e non la modella.
Io direi che la malizia non è nell’occhio di chi guarda ma di chi “sparge in giro” queste idee, con il preciso intento di rovinare la carriera a persone di talento. E per fortuna che le donne non si sono arrese. In questo modo sulla scena compaiono pittrici che trovano un compromesso tra ciò che ci si aspetta da loro e ciò che realmente sono. E vengono puntualmente fraintese, col pregiudizio che, se amano tanto sporcarsi e usare vestiti poco eleganti, di sicuro hanno una parte maschile troppo pronunciata. Chi “sopravvive” a tanta malignità è solo chi all’arte non può proprio rinunciare, a costo di inimicarsi l’intera società benpensante e, spesso, di veder attribuire le proprie opere al maestro che le ha prese a bottega. O al marito pittore (che a Mary Cosway consiglia, appena è incinta, di passare dai quadri all’arpa).
Le donne quindi si organizzano: aprono scuole e scrivono libri, per insegnare e tramandare anche il coraggio di essere artiste, conquistandosi un passo alla volta l’indipendenza che le libera.
Nell’Ottocento, dunque, l’idea della donna artista è ormai molto diffusa. Non dimentichiamo che stiamo parlando del secolo in cui inizia la consapevolezza femminista e che terminerà con le lotte delle suffragette.
Ormai ogni artista ha un proprio studio (“una stanza tutta per sé”, come scrivea Virginia Woolf - forse ispirata dalla sorella Vanessa Bell), ovvero un atelier di proprietà o in compartecipazione con altre artiste.
Anche gli uomini aprono le proprie scuole alle donne e così faranno anche gli istituti più prestigiosi come l’Ecole des Beaux-Arts. Ovviamente sempre in una classe separata (la promiscuità tra studenti e studentesse è ancora considerata pericolosa), senza poter fare copie di nudo dal vero e con quote di iscrizione più alte (alcune iniziano a fare le modelle per potersele permettere).
Le pittrici poi possono viaggiare senza accompagnatore e andare a completare la propria preparazione a Parigi, spesso provviste di un libretto “di istruzioni” su dove alloggiare e mangiare a poco prezzo (uno in particolare scritto da Mary Alcott Nieriker, che ispira la sorella Louise May per la creazione del personaggio di Amy in “Piccole donne”). Possono anche vincere premi prestigiosi e scrivere autobiografie. Ma sono pur sempre donne, che non si possono confrontare col “genio maschile [-] che ha a che fare con la grande arte” (come scrive il critico francese Léon Lagrange nel 1860). Il pregiudizio perdura, e non solo fra i critici, ma anche in ambito familiare.
Eppure, una delle opere più importanti del secolo è di Elizabeth Thompson (Lady Butler) e ha come soggetto la guerra di Crimea. Ci sono addirittura dei poliziotti che sorvegliano la folla che si accalca alla Royal Academy per vederla e commuoversi, mentre la regina Vittoria la porta a Buckingham Palace per una visione privata.
Nell’Ottocento le donne iniziano poi ad interessarsi anche alla scultura. E se nel Rinascimento la società temeva per il colore sporco sul grembiule, puoi immaginare senza fatica cosa ne pensasse di masse di argilla, colate in bronzo e blocchi di marmo.
Le ragazze invece si preoccupano di più degli spazi di cui hanno bisogno e dei pochi committenti per le loro opere. Ma continuano a lavorare, come fa un gruppo di americane trapiantate a Roma e definite da Henry James con un nome molto rock, “The white, marmorean flock” (il gregge di marmo bianco), le quali ritraggono, fra gli altri, donne impegnate in politica, nella storia, nella mitologia.
Nel Novecento le artiste hanno ampia libertà (anche di riprodurre un nudo dal vero e di esplorare la fotografia come arte), ma di certo non la strada spianata. I pregiudizi dei secoli precedenti sono difficili da estirpare dalle menti. E alcune donne, anziché combatterli accanto alle proprie “sorelle”, li avvalorano. Quindi, per avere visibilità ed essere prese sul serio, c’è ancora bisogno di un uomo accanto che ne garantisca la credibilità (Dora Maar, per esempio, è più nota come musa di Pablo Picasso che per le sue fotografie).
Come se non bastasse, quelle che non hanno la guerra come tema centrale delle proprie opere sono escluse dalla storiografia e quelle che lo hanno sono considerate incapaci o facenti parte del regime fascista. A quei tempi questo credo della critica non sembra affatto una contraddizione.
Eccezione è Benedetta Cappa, moglie di Filippo Tommaso Marinetti, scrittrice, pittrice, scenografa e, si dice, inventrice del Tattilismo, che immette le sue idee nella corrente futurista. Si tratta di un'arte che, come dice la parola, si può fisicamente toccare, così da mettere in comunicazione l'artista e chi fruisce di quell'opera, trasmettendo pensieri ed emozioni.
Ma a me piace di più chiamare eccezioni artiste come:
- Tamara de Lempicka. Specializzata in ritratti, audaci e conturbanti come la sua persona, si situa tra verismo e cubismo ed è considerata un'icona della Art Déco. Frequentatrice di ogni genere di salotto (anche i più controversi), ritrae uomini e donne di cui diventa anche l'amante, ma è Marinetti a introdurla nell'ambiente che le farà organizzare la sua prima mostra.
- Frida Kahlo Esce dai canoni di bellezza e di atteggiamento imposti dalla società mettendo il suo corpo in tutto ciò che crea. I genitori, ebrei tedeschi scappati dall'Ungheria, le donano un'estetica riconoscibile e un corpo malato: la poliomelite la colpisce quando ha solo 6 anni. Poi, a 18 anni, il tram su cui è salita col suo ragazzo ha un'incidente e un pezzo del corrimano le trapassa il corpo. Ed è lì, in quel letto a baldacchino sormontato da uno specchio, che Kahlo dipinge come vede se stessa e il mondo.
- Georgia O’Keeffe Nata nel Wisconsin, insegnante in Carolina del Nord, Virginia e Texas, si ritrova immersa nel Cubismo e nel post Impressionisimo, studia pittori giapponesi e americani, ma è affascinata dall'astratto. Vuole essere originale, quindi dà alle sue opere naturali una connotazione sessuale mai vista prima e ai suoi “ritratti di New York” una nuova luce.
- Meret Oppenheim Tedesca trapiantata a Parigi, crea delle esperienze surrealiste innovative e rivoluzionarie. Non smette mai di inventare e di esporsi e mal sopporta le interpretazioni troppo erotiche e le critiche troppo feroci del suo lavoro.
- Margaret Bourke-White. Ama le scienze naturali ma si specializza in fotografia d'architettura, design e industriale. Immortala la vita nelle acciaierie e gli altiforni. Per le rivista "Fortune" e "Life" (per cui realizza la prima copertina) prepara reportage sul razzismo, sulla vita a New York, sulla siccità, sulla carestia, sulla miseria, sulle guerre... non esitando a salire su velivoli pur di avere uno sguardo originale.
Il femminismo entra poi prepotente anche nel mondo dell’arte e le donne diventano indipendenti e decise a farsi valere nei musei e ovunque l’ingresso era stato loro precluso. Lo dimostra chiaramente “The dinner party”, un quadro del 1974-1979 di Judy Chicago, che celebra le donne dimenticate della storia attraverso tavole apparecchiate per loro. Oppure “Pictorial autobiography” del 1970, dove Barbara Hepworth alterna fotografie delle proprie opere a quelle della sua vita come moglie e madre, a dimostrare che le due esistenze possono coesistere all’interno di una stessa persona.
Le artiste entrano così dalla porta principale non solo nella pittura e nella scultura, ma anche nel design, nelle installazioni, nella fotografia e nelle performances, nonché nella critica, nel collezionismo e nella gestione di gallerie. Ovviamente sottopagate e con ancora tanti pregiudizi da superare, ma ci sono.
E alcune pure con un atteggiamento apertamente provocatorio, come le Gorilla Girls. Oppure capaci di creare arte con materiali molto poveri, come Louise Nevelson. Usando solo sequenze numeriche, come Hanne Darboven. Proiettando slogan sulle facciate dei palazzi o su cartelloni pubblicitari, come Barbara Kruger e Jenny Holzer. Lavorando sul tema del corpo femminile in tutte le sue imperfezioni, come Kiki Smith e Jenny Saville.
Addirittura usando il proprio corpo come materia prima su cui proporre arte.
Marina Abramović. Nasce in Jugoslavia da genitori che chiamare disfunzionali è poco: lui è un traditore seriale, lei è repressiva e controllante. Inevitabile quindi per lei cercare vie di fuga. E se da piccola mette le dita nella lavatrice per divertimento, da adulta capisce che quelle piccole marachelle rappresentano una forma espressiva di cui ha disperatamente bisogno. Da allora esplora l'arte creando delle performances usando fuoco, ghiaccio, urla, silenzio, sangue, percosse e si mette addirittura a disposizione del pubblico lasciando che faccia di lei ciò che vuole... anche spararle. Viene chiamata masochista, esibizionista e oscena, ma le sale di tutto il mondo si affollano per vederla.
Negli anni Duemila nella vita delle donne entrano la scienza, le tecnologia, la metafisica, l’intelligenza artificiale. Continuano a interrogarsi sul mondo che le circonda guardandolo con occhi spalancati.
Ariana Papademetropoulos prima di dipingere (o creare installazioni) si consulta con una medium e una tavola ouija e raffigura ciò che le viene raccontato, ma usando tecniche antiche. Futuro e passato che si incontrano all’interno dei suoi simbolismi.
Anna Ginsburg lavora col disegno: ha iniziato come regista di videoclip, poi, dopo aver pubblicamente ammesso di essersi masturbata durante il film “Cruel intentions” e aver ricevuto biasimo, nel 2016 crea “Private parts” in cui si parla di piacere femminile e parità dei sessi rendendo genitali parlanti i protagonisti delle sue animazioni. Nel 2018 realizza “What is beauty”, un corto (che esce l’8 marzo) dedicato alla bellezza, i cui modelli cambiano continuamente (è dedicato alla sorella che ha problemi alimentari). Nel 2025 “Hag”, in cui analizza il mito di Medusa come colei che è stata sopraffatta per vendetta e trasforma in superpotere ciò che le persone attorno a lei vedono come mostruoso. Ma ci sono altri corti, anche solo di un minuto, in cui racconta le donne e i loro corpi.
Le nuove artiste amano coinvolgere il pubblico, renderlo partecipe. Perché comprenda appieno il messaggio, che può riguardare la violenza sessuale o i disordini alimentari o la discriminazione o la libertà.
Ora non si può più volgere lo sguardo altrove.
Le riflessioni di questo post sono scaturite dalla lettura di
"Attraversare i muri", libro di Marina Abramović, Bompiani, 2018
"L'arte al femminile", libro di Simona Bartolena, Electa, 2003
“Frida” film del 2002 di Julie Taymor
“La vendetta delle muse”, libro di Serena Dandini, HarperCollins, 2023